In una fredda serata di febbraio, Rocchino e alcuni amici avevano organizzato una mangiata nella casa di vico San Leonardo, per trascorrere un po’ di tempo davanti a del buon vino, un po’ di “ntram d vocc” (carne arrosto), abbondante cipolla alla brace e “fedda rossa”.

Rallegrati dal nettare corposo, la serata era giunta al termine e la maggior parte dei commensali si era lentamente ritirata. Rocchino e il suo vicino Chito, di cui era anche compare, non avevano molta voglia di concludere la serata, anche perché i giorni del carnevale erano quelli in cui era lecito superare i limiti senza provocare mormorii e borbottamenti.

Era il tempo anche di una controllata abbondanza, nelle case dei Sassi, perché erano i giorni in cui si ammazzava il maiale, e quindi diverse famiglie avevano salsicce e soppressate appena fatte o altri derivati della lavorazione da poter offrire (il famoso sanguinaccio era una leccornia che non poteva mancare).

Così, portandosi dietro il piccolo Stacchiuccio che ormai prendeva parte alle scorribande del padre Rocchino, la combriccola decise di “disturbare” qualche amico portando la tradizionale “matinata”, una festa a sorpresa per festeggiare l’uccisione del maiale e cantare e bere insieme qualcosa. Spesso nella stessa notte si facevano più “matinate” in case diverse, fino ad arrivare alle prime luci del giorno.

Non molto distante dalla casa di Rocchino viveva combà Austocc u Bammin panzòn (al secolo Scarano, nonno dei gestori del bar Vittorio Veneto). Le famiglie che ricevevano la matinata in realtà erano pronte ad accogliere queste incursioni a sorpresa e quindi in casa tenevano qualcosa da offrire, per non fare brutta figura. Erano a volte prodotti derivati dalla lavorazione del maiale, a volte piccole cose, come infatti avvenne da combà Austocc, dove ebbero delle mandorle, ma in ogni caso non poteva mancare del buon vino!

Scarano, oltre a rispettare la tradizione dell’ospitalità, si unì al gruppo, proponendo di proseguire la nottata facendo visita al fratello, che abitava sempre a Casalnuovo, vicino al forno di Perrone.

Stacchiuccio racconta che in una delle case del rione Casalnuovo si era suonato per festeggiare un matrimonio. La festosa combriccola pensò quindi di coinvolgere i musicanti nelle scorribande, e così, con la presenza della “iranetta, du tambrridd, la catorr e la cupa-cupa” la formazione era al completo. Attesero che i festeggiamenti nuziali fossero terminati e si avviarono.

Il gruppo si diresse ora da U Skignèt (Nicoletti) che abitava a Temb cadìt, vicino la vecchia chiesa di san Rocco. Il successivo fu Cammsòl, che abitava all’inizio di via Casalnuovo, dove ora c’è un negozio di fotografia, fino ad arrivare all’ultima abitazione in via Madonna delle Virtù, vicino al mulino della Civita (dove attualmente c’è una cabina dell’Enel), gestito da Loperfido, detto “Tmes d la Farin”.

Non distante abitava Stacchiuccio Rosalìa, meccanico di biciclette il cui laboratorio era in via Ascanio Persio. Il poveretto non aveva gran che da offrire perché la moglie era incinta grossa, e non aveva potuto preparare nulla perché affaticata dagli ultimi giorni di gestazione. Inoltre Stacchiuccio era un artigiano e non aveva i maiali. Avevano “solo” il rosolio, che ovviamente fu molto gradito dall’allegra cricca che ormai era cotto dall’alcool. Infatti, subito dopo quest’ultima tappa, decisero incauti e stonati, di sdraiarsi sul muretto che dà sulla gravina, a rischio di cadere nel burrone, urlando verso il baratro frasi di sfida per sentire il ritorno dell’eco: Jis m vu?”(Giù mi vuoi?).

Il piccolo Stacchiuccio fu spedito a casa, perché i grandi non avevano intenzione di ritirarsi e in più la stanchezza iniziava a farsi sentire. Percorrendo la via panoramica, passò davanti al grottone dove all’epoca c’era un falegname che riparava i traini. Altre grotte ospitavano i vaccari fra cui “zia Stocch u zupp”, fra le due rampe di scale che portano alla cattedrale.

Risalendo da via Bruno Buozzi, Stacchiuccio rientrò a casa, in vico San Leonardo, proprio mentre la signora Chita, moglie di uno dei partecipanti alla nottata, allarmata stava andando da mamma Filomena a far notare che gli uomini non erano ancora rientrati. Filomena, pacata e serafica rispose con una frase di saggezza popolare: “C son d bona rozz, s son a rtrè o jozz” (Se sono di buona razza, ritorneranno all’ovile).

Nel periodo di carnevale oltre alle matinate, erano tante le occasioni per festeggiare e ballare insieme, aspettando la quaresima. L’ultimo giorno una sfilata di maschere accompagnava il traino che trasportava il fantoccio del carnevale morto, mentre dietro seguiva in lacrime la moglie Quaresima.

La prima domenica dopo il carnevale si organizzava la “pentolaccia, una festa in cui una o più persone bendate e armate di bastone dovevano rompere una pentola di terracotta riempita di coriandoli, dolci, mandorle, biscotti, caramelle…una sorta di pausa del digiuno quaresimale permessa dalla chiesa.

A casa di Carmela D’Alessio si organizzò una pentolaccia. Il padre, per scherzare, al posto dei dolciumi mise un gatto nero, che però rimase ucciso nella rottura del coccio. Da quel momento le tragedie in quella famiglia si susseguirono e tutti attribuirono la malasorte alla fine del gatto.

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